dall'acqua e con l'acqua, principio e fine

                                          
"...dalla terra nasce l'acqua, dall'acqua nasce l'anima..." 
"...è fiume, è mare, è lago, stagno, ghiaccio e quant'altro...
è dolce, salata..."
"...è piacere e paura, nemica ed amica
è confine ed infinito è cambiamento ed immutabilità,
ricordo ed oblio. Principio e fine"

    Eraclito

“Quando c’ero, non pensavo, quando pensavo, non c’ero”
Non è mai semplice scrivere di se stessi, per quanto io possa avere una sorta di adorazione verso tutto ciò che è espressione e manifestazione della parola, penso che chi opera o si accinge verso l’illimitato campo dell’arte, debba il meno possibile parlare del proprio lavoro, poiché e comunque, qualsiasi concetto palesato, anche il più obiettivamente possibile, non potrà mai esprimere a pieno quel mistero intenso e profondo che lega l’artista alla sua opera, soprattutto a quel particolare momento che è il suo concepimento.
Nell’opera entrano in gioco innumerevoli elementi che esulano dalla parola, pertanto il mio dubbio è se la parola non impoverisca la scultura nell’istante stesso in cui è pronunciata dal suo artefice.
Credo ci sia il rischio di dare una lettura condizionata e condizionante, di conseguenza limitata dell’opera; è come se si cercasse di definirne i confini invece di lasciarla libera di sconfinare e quindi di significare arbitrariamente.
Dopotutto è anche vero che da quando l’artista la licenzia, l’opera non gli appartiene più, ma piuttosto appartiene a chi la osserva, a chi la fa sua nel fruirne, a chi la carica di significato con il suo personale sentire.
Alla luce di ciò, scelgo di scrivere cercando di focalizzare il mio pensiero su dei punti prescelti e sul significato che questi hanno sul mio operare.

“Il tempo mi ha rubato il tempo e ora non ho più tempo da perdere”
Il mio percorso artistico è cominciato in netto ritardo e oggi il tempo pressa sempre più incisivo;
non che la questione anagrafica debba considerarsi un limite, ma sicuramente il tempo a disposizione è ridotto.
Ho dedicato gran parte della mia vita a costruire quella solidità che mi avrebbe messo al sicuro da qualsiasi tipo di disorientamento, mentre caparbiamente e vigliaccamente relegavo la spinta creativa in un angolo cieco della mia esistenza. Negli anni ho scritto, per anni ho scritto, inezie che hanno tuttavia avuto la loro utilità, hanno, infatti, mantenuto vivo un barlume di quella creatività insita nel profondo e celata.
Ora non è più tempo di viltà, dopo anni trascorsi a pensare è arrivato il tempo di fare, “faccio cose”, non mi pongo in merito troppe domande ma rispondo a un bisogno quasi fisico, a un’urgenza che preme e mi conduce a continuare a fare cose.

“Vorrei trovare la severità di un asceta e mi ritrovo la mollezza di un invertebrato”
La riflessione attuale sul mio lavoro vuole partire da questa frase che ronza nei miei pensieri, poiché la mia ricerca si rivela come un’intensa lotta, il confronto con la materia e la forma dell’arte un grande dilemma, un mistero ancora irrisolto, una ressa tra lunghe attese, tentativi e confuse risposte.
Ciò è ovvio, poiché da una parte, non riuscirò mai a essere completamente soddisfatta e appagata del mio lavoro, dall’altra il persistere della spinta emotiva e il bisogno di sfidare la materia mi conduce a forzare oltre, fino a sfidare le mie possibilità.
A chi mi chiede cosa scolpisco, rispondo che “faccio cose”, che mi diletto con i materiali, qualsiasi essi siano, forse faccio sculture, ma non è questo che conta, conta la necessità che il mio corpo, le mie mani, hanno del confronto con la materia, così come la mia mente ha la necessità di nutrirsi delle parole.
Una, due o forse più anime vivono in ognuno di noi, in me sono diverse e quotidianamente tentano di divorarsi a vicenda.
Dopotutto siamo quello che siamo ma anche quello che crediamo di essere, come siamo anche quello che gli altri pensano noi siamo, ma ancora, e soprattutto, siamo quello che vorremmo essere, ed è per questo che lottiamo.

“Se non si spezza la dura legge della materia non c’è spirito che si possa liberare”
Il lavoro con certi materiali conduce a intense sensazioni tattili, olfattive, elementi caratterizzanti il lavoro di chi scolpisce, di chi sfida i materiali con le mani o con i ferri del mestiere, di chi cerca di svelare i contenuti, di chi cerca l’essenza stessa, l’anima delle cose e usa un percorso plastico, magari inventando, interpretando, o semplicemente trasformando la materia di cui dispone.
La materialità, appunto, nella miriade delle sue possibili articolazioni è la misura dello scultore.
La materia condiziona l'uomo artista dal suo prospettarsi a livello molecolare fino al suo costituirsi in forme e in estensioni.

“Compito dell’opera è di svelare l’arte e non di svelare l’artista”
E' il discorso, sicuramente scontato, dell'immagine derivata dalla materia, dell’immagine che insorge come un assillo, come un qualcosa d’incontenibile che ci sta dentro ed esige una forma.
Quel qualcosa che quando avviene genera incontenibilmente un campo di emozioni, e salda così la magia propria del fare scultura in un collocarsi dentro le dinamiche delle forme, dall'indistinto fino al distinto, in una molteplicità di punti di aggregazione dove si realizza il fascino del produrre tipico dell'arte che è sensibilità particolarmente assorbita che crea e che svela.

“Tutto e il contrario di tutto”
Tra geometria e organicità, tra naturale e artificiale, tra peso e leggerezza, tra materiale e immateriale, tra ordine e disordine, tra tutti gli elementi opposti, tra quei contrasti e quelle contraddizioni che compongono l’umana realtà, luce buio, bianco nero, vuoto pieno, materia spirito, trasparente opaco, ecc.
Ecco forse il mio pensiero si muove su questi contrasti e ancora di più sul concetto stesso di contrasto, di opposto, di antitetico.
Ma nulla, e credo sia giusto, nell’opera è dichiarato veramente fino in fondo, tutto rimane e deve rimanere in uno stato di allusione, di potenzialità, tutto può cominciare e ricominciare, tutto può essere tutto e il contrario di tutto, e muta sempre di significato secondo come si guarda, secondo chi guarda, secondo quale stato d’animo in quel preciso momento ha chi guarda, mai uguale a se stesso.

panta rei

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Ogni nostro istante non è mai uguale all'altro e noi non siamo mai gli stessi da un istante all'altro, da un tempo all'altro.

Tutto cambia dentro e fuori di noi anche se non sempre riusciamo a percepire questo continuo cambiamento. 

La cosa più evidente di noi, il nostro corpo, da un istante all'altro è sempre diverso e noi viviamo in questa continua diversità e di questa continua diversità.

In noi nasce e muore qualcosa in ogni momento della nostra esistenza e in ogni momento non siamo più quello che eravamo un momento prima, il nostro corpo è cambiato, la nostra mente è cambiata, il nostro pensiero è un altro pensiero che lo si voglia o no. 

Perdiamo cellule del nostro corpo, perdiamo neuroni del nostro cervello, perdiamo ricordi sommersi da altri continuamente sorgenti che si sovrappongono pronti anch'essi a sparire nel nulla, nel vuoto della nostra memoria e gli stessi che crediamo di conservare sono diversi da un momento all’altro.

Per quanto grande sia quello che noi chiamiamo memoria, essa non è mai capace di trattenere, fermare per un attimo il nostro continuo divenire.
"Come il santo di mistico vestito
io mistifico l'innato
copro il tempo con l'inganno
ma la tirannide del tempo 
come dell'inganno
spinge a rivisitar le norme
ogni qual volta la coperta scopre
davanti al tutto e al niente
sola vita rimane"

Un ritorno causale




 

Orditi di paure intrecciati                                       
                                     
per ogni esile ricordo
                                           
memorie dell'inutile coperta
                                           
tessuta e stinta in un fugace bagliore 
                                         
che ancora duole pensare. 
   
Solo i segni ora restano
                                           
silenziosi e infranti
                                          
nelle immagini diacroniche
                                           
come lame nei riflessi
                                           
che ancora duole vedere.

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