9/10

1 commento:

attinia ha detto...

L’opera è un’elaborazione digitale derivante dalla scansione di una vecchia fotografia in bianco e nero.
Si compone di nove immagini modulari stampate su singole formelle in vetro acrilico, forate, occhiellate e intrecciate fra loro con un cordoncino di poliestere, a loro volta imbastite alla cornice d’acciaio, anch’essa forata e occhiellaia. Il tutto si sorregge grazie alla tensione data dal percorso del cordoncino.
L’idea di partenza, per certi versi, è quella del potere della visione, e per visione si vuole intendere tutto ciò che è riconducibile a immagini visibili, per altri, è quella della miopia, in termini metaforici, del mondo, da qui l’occhio non vedente che brancola nel buio e quindi in un certo senso nel vuoto, il titolo 9/10 sta a identificare propriamente una forte miopia, quasi vicina alla completa cecità.
Quest’idea si è innestata a una riflessione più ampia sul concetto di horror vacui, la paura del vuoto, del nulla, con cui l’uomo ha convissuto per secoli e del quale mistici, filosofi, poeti e quant’altri si sono occupati e ancora si occupano, unitamente alla considerazione che attualmente viviamo in tempo pregno e brulicante d’immagini, immagini dalle quali siamo assaliti con un’eccessiva violenza in un tutto e in un troppo asfissiante che spesso ferisce il nostro sguardo.
Pertanto, anziché la paura del vuoto si potrebbe considerare quella del pieno e l’horror vacui a ragione essere sostituito dall’horror pleni.
In quest’avvilente cornice, dove l’immagine equivale esclusivamente al senso dell’apparire mentre il mondo si traduce in una sempre più severa miopia, è cogente la necessità di poter oscurare a volte il nostro sguardo, per riattivare la visione con gli occhi della mente e provare a ridare così uno spessore di senso alla realtà.